La complessità del fenomeno aggressività è testimoniata dalla etimologia
della parola stessa: ad-gradior che sta a indicare un movimento in avanti
verso qualcuno, movimento che non necessariamente implica l'intenzione di
far del male. Allo stesso modo di altre parole che contengono la stessa
radice latina (re-gressione, tras-gressione) anche ag-gressione assume un
significato patologico solo se supera un certo limite che può essere
indicato come la soglia al di sotto della quale un certo comportamento può
ancora essere considerato normale. Violenza ed aggressività perciò non sono
sinonimi e, anche se probabilmente condividono le medesime radici, perché un
comportamento aggressivo assuma le caratteristiche del gesto violento è
necessario l'intervento plurimo di fattori biologici, psicologici e sociali,
ancora in gran parte sconosciuti.
Il fatto che l'aggressività sia largamente più frequente nei maschi che
nelle femmine, può aiutare a capire alcuni di questi fattori. Si ipotizza
infatti che le bambine siano meno aggressive perché esse sono più precoci
nella comunicazione e nel linguaggio, più interessate alla socializzazione
ed hanno più alti livelli di empatia ed una più facile tendenza a sentirsi
in colpa. Tutti questi elementi sono attualmente considerati fattori che
contribuiscono a limitare l'aggressività, e potremmo pensare che il loro
potenziamento nella educazione possa costituire un importante fattore per
prevenire i gesti violenti. Al contrario i maschi mostrano più facilmente
dei tratti temperamentali di durezza affettiva, difetto di empatia,
difficoltà ad immedesimarsi nella sofferenza provata dal proprio simile, che
costituiscono dei fattori di rischio per la messa in atto di comportamenti
aggressivi. Anche il modo in cui i bambini vengono accuditi ed allevati può
essere di aiuto; succede spesso che la risposta disciplinare dei genitori ad
un bambino maschio dal temperamento difficile è notevolmente diversa,
rispetto a quella che abitualmente viene svolta nei confronti del medesimo
comportamento messo in atto da una bambina. L'energia applicata nel
rimproverare l'azione violenta è molto maggiore verso le femmine che verso i
maschi, e i genitori possono essere compiacenti verso il gesto aggressivo
del figlio maschio che è visto come indice di forza e di futura
autoaffermazione.
Qualche anno fa balzarono alla ribalta della cronaca alcuni giovani che
parevano divertirsi a colpire con grossi sassi le macchine che, ignare,
passavano sotto i cavalcavia delle autostrade. Uno di essi affermò che non
era sua intenzione far del male a delle persone in carne ed ossa e che lo
scopo delle sue azioni era solo riuscire a colpire un oggetto che passava di
lì come si può fare in un videogioco. I videogiochi si fondano spesso sulla
eliminazione di qualcuno; rispetto alla violenza televisiva subita
passivamente, i videogiochi richiedono un intervento diretto, richiedono di
fare violenza premendo rapidamente, in modo automatico e senza pensiero,
certi tasti del videogioco. Una prova ripetitiva ed ottundente che lascia
con la voglia di essere sempre più violenti. Una caratteristica dei
videogiochi è il graduale venire meno di quella sana ed essenziale
esperienza del far finta che si mantiene presente nel leggere o nel guardare
un film. In tal senso il videogioco è molto più dannoso di qualsiasi visione
o lettura a contenuto violento. Il problema reale è connesso al far finta e
alla capacità di entrare dentro quell'area dove realtà e fantasia possono
interagire senza mai confondersi totalmente una nell'altra. Quando la
possibilità di entrare e uscire liberamente da questa area è ampia e
sostenuta da fattori educativi, le azioni violente, fantasticate nel gioco o
attraverso le favole o attraverso la visione di un film, possono essere
utili alla elaborazione della aggressività. Invece l'uso ripetuto dei
videogiochi può dar luogo al fallimento della distinzione tra ciò che può
essere immaginato e ciò che può essere agito. Violenza virtuale e violenza
reale vengono a confondersi, dando luogo ad una nuova categoria di atti
violenti.
La confusione tra realtà e fantasia è centrale per la comprensione del gesto
violento. La violenza è prerogativa del mondo umano: essa, a differenza
dell'aggressività, non esiste nel mondo animale, per svilupparsi ha bisogno
di una profonda distorsione del normale funzionamento mentale. La natura di
questa disfunzione non è del tutto chiara: La incomprensibilità è connessa
al fatto che è nostra abitudine cercare di comprendere lo stato mentale
dell'altro, entrare in sintonia con i suoi stati emotivi e fare delle teorie
su ciò che l'altro pensa. Di fronte al gesto violento questa spontanea
attitudine umana si arresta inorridita. È a livello di questa stessa
funzione così peculiare della mente umana che si colloca probabilmente anche
il nucleo centrale attorno a cui si organizza l'aggressività dei ragazzi. Si
tratta infatti di ragazzi che mostrano una difficoltà specifica a dare nome
alle proprie esperienze, sensazioni e sentimenti. Sono ragazzi che vivono
sulla superficie della loro mente e che hanno uno specifico difetto a
scendere verso le aree della mente connesse ad emozioni, sentimenti e
relazioni, aree della mente che ci permettono di entrare in sintonia con gli
stati mentali degli altri. Senza lo sviluppo di questa capacità restiamo in
uno stato superficiale nel quale non vi è distinzione tra finzione e realtà,
e tutto fa perno su ciò che noi proviamo senza la modulazione operata dalle
nostre emozioni e dal confronto con gli stati emotivi degli altri. È
possibile pensare che tali difetti del funzionamento mentale abbiano origini
molto precoci. La capacità di pensare a ciò che gli altri provano mentre
sono con noi e noi agiamo su di loro nasce infatti nelle prime relazioni
affettive. Precocemente le prime esplorazioni dello stato mentale dell'altro
rendono possibile al bambino, anche molto piccolo, di trovare nella mente di
chi si occupa di lui una immagine di sé stesso come essere pensante e
motivato da affetti ed intenzioni. È questo tipo di esperienza che permette
al bambino di esplorare anche i propri stati emotivi. Se ciò non avviene i
giochi di finzione non si sviluppano, realtà e fantasia restano confusi e il
bambino si ritrova continuamente a rischio di perdere la consapevolezza dei
propri sentimenti. A questo difetto di mentalizzazione precoce possono
essere ricondotti molti degli aspetti caratteristici dei ragazzi violenti.