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I perché dell'aggressività giovanile.

di Filippo Muratori, autore del volume "Ragazzi Violenti", Il Mulino editore

La complessità del fenomeno aggressività è testimoniata dalla etimologia della parola stessa: ad-gradior che sta a indicare un movimento in avanti verso qualcuno, movimento che non necessariamente implica l'intenzione di far del male. Allo stesso modo di altre parole che contengono la stessa radice latina (re-gressione, tras-gressione) anche ag-gressione assume un significato patologico solo se supera un certo limite che può essere indicato come la soglia al di sotto della quale un certo comportamento può ancora essere considerato normale. Violenza ed aggressività perciò non sono sinonimi e, anche se probabilmente condividono le medesime radici, perché un comportamento aggressivo assuma le caratteristiche del gesto violento è necessario l'intervento plurimo di fattori biologici, psicologici e sociali, ancora in gran parte sconosciuti.
Il fatto che l'aggressività sia largamente più frequente nei maschi che nelle femmine, può aiutare a capire alcuni di questi fattori. Si ipotizza infatti che le bambine siano meno aggressive perché esse sono più precoci nella comunicazione e nel linguaggio, più interessate alla socializzazione ed hanno più alti livelli di empatia ed una più facile tendenza a sentirsi in colpa. Tutti questi elementi sono attualmente considerati fattori che contribuiscono a limitare l'aggressività, e potremmo pensare che il loro potenziamento nella educazione possa costituire un importante fattore per prevenire i gesti violenti. Al contrario i maschi mostrano più facilmente dei tratti temperamentali di durezza affettiva, difetto di empatia, difficoltà ad immedesimarsi nella sofferenza provata dal proprio simile, che costituiscono dei fattori di rischio per la messa in atto di comportamenti aggressivi. Anche il modo in cui i bambini vengono accuditi ed allevati può essere di aiuto; succede spesso che la risposta disciplinare dei genitori ad un bambino maschio dal temperamento difficile è notevolmente diversa, rispetto a quella che abitualmente viene svolta nei confronti del medesimo comportamento messo in atto da una bambina. L'energia applicata nel rimproverare l'azione violenta è molto maggiore verso le femmine che verso i maschi, e i genitori possono essere compiacenti verso il gesto aggressivo del figlio maschio che è visto come indice di forza e di futura autoaffermazione.
Qualche anno fa balzarono alla ribalta della cronaca alcuni giovani che parevano divertirsi a colpire con grossi sassi le macchine che, ignare, passavano sotto i cavalcavia delle autostrade. Uno di essi affermò che non era sua intenzione far del male a delle persone in carne ed ossa e che lo scopo delle sue azioni era solo riuscire a colpire un oggetto che passava di lì come si può fare in un videogioco. I videogiochi si fondano spesso sulla eliminazione di qualcuno; rispetto alla violenza televisiva subita passivamente, i videogiochi richiedono un intervento diretto, richiedono di fare violenza premendo rapidamente, in modo automatico e senza pensiero, certi tasti del videogioco. Una prova ripetitiva ed ottundente che lascia con la voglia di essere sempre più violenti. Una caratteristica dei videogiochi è il graduale venire meno di quella sana ed essenziale esperienza del far finta che si mantiene presente nel leggere o nel guardare un film. In tal senso il videogioco è molto più dannoso di qualsiasi visione o lettura a contenuto violento. Il problema reale è connesso al far finta e alla capacità di entrare dentro quell'area dove realtà e fantasia possono interagire senza mai confondersi totalmente una nell'altra. Quando la possibilità di entrare e uscire liberamente da questa area è ampia e sostenuta da fattori educativi, le azioni violente, fantasticate nel gioco o attraverso le favole o attraverso la visione di un film, possono essere utili alla elaborazione della aggressività. Invece l'uso ripetuto dei videogiochi può dar luogo al fallimento della distinzione tra ciò che può essere immaginato e ciò che può essere agito. Violenza virtuale e violenza reale vengono a confondersi, dando luogo ad una nuova categoria di atti violenti.
La confusione tra realtà e fantasia è centrale per la comprensione del gesto violento. La violenza è prerogativa del mondo umano: essa, a differenza dell'aggressività, non esiste nel mondo animale, per svilupparsi ha bisogno di una profonda distorsione del normale funzionamento mentale. La natura di questa disfunzione non è del tutto chiara: La incomprensibilità è connessa al fatto che è nostra abitudine cercare di comprendere lo stato mentale dell'altro, entrare in sintonia con i suoi stati emotivi e fare delle teorie su ciò che l'altro pensa. Di fronte al gesto violento questa spontanea attitudine umana si arresta inorridita. È a livello di questa stessa funzione così peculiare della mente umana che si colloca probabilmente anche il nucleo centrale attorno a cui si organizza l'aggressività dei ragazzi. Si tratta infatti di ragazzi che mostrano una difficoltà specifica a dare nome alle proprie esperienze, sensazioni e sentimenti. Sono ragazzi che vivono sulla superficie della loro mente e che hanno uno specifico difetto a scendere verso le aree della mente connesse ad emozioni, sentimenti e relazioni, aree della mente che ci permettono di entrare in sintonia con gli stati mentali degli altri. Senza lo sviluppo di questa capacità restiamo in uno stato superficiale nel quale non vi è distinzione tra finzione e realtà, e tutto fa perno su ciò che noi proviamo senza la modulazione operata dalle nostre emozioni e dal confronto con gli stati emotivi degli altri. È possibile pensare che tali difetti del funzionamento mentale abbiano origini molto precoci. La capacità di pensare a ciò che gli altri provano mentre sono con noi e noi agiamo su di loro nasce infatti nelle prime relazioni affettive. Precocemente le prime esplorazioni dello stato mentale dell'altro rendono possibile al bambino, anche molto piccolo, di trovare nella mente di chi si occupa di lui una immagine di sé stesso come essere pensante e motivato da affetti ed intenzioni. È questo tipo di esperienza che permette al bambino di esplorare anche i propri stati emotivi. Se ciò non avviene i giochi di finzione non si sviluppano, realtà e fantasia restano confusi e il bambino si ritrova continuamente a rischio di perdere la consapevolezza dei propri sentimenti. A questo difetto di mentalizzazione precoce possono essere ricondotti molti degli aspetti caratteristici dei ragazzi violenti.

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